giovedì 29 gennaio 2009

Varietà in basso


Ecco il nuovo commento di Aldo Grasso sui Varietà

sabato 24 gennaio 2009

Inauguration style

Agli Usa Obama, a noi Sanremo
di Aldo Grasso
Con l'Inauguration day è cambiato negli Stati Uniti il modo di fruizione in tv di questo tipo di liturgie collettive
Il giuramento di Obama è stata una grande cerimonia mediatica, uno di quei media events che si studieranno per anni. Gli eventi mediali rompono le normali routine di programmazione e vengono vissuti dalle persone che li seguono in tv come riti cruciali, perché mettono in gioco valori fondamentali (come, ad esempio, il senso d'appartenenza a una comunità, la possibilità di un cambiamento politico, la condivisione di una commozione per la morte di una persona importante) o perché sono considerati «appassionanti» e «irrinunciabili» (come accade nelle gare sportive, nei grandi concerti).
La vera novità è che stanno cambiando i modi di fruizione di queste liturgie collettive. Le nostre tv, da Sky a Mediaset, dalla Rai a La7, hanno preferito seguire un copione tradizionale con molti giornalisti in studio a spiegarci fastidiosamente i vestiti di Michelle. Proprio in occasione del giuramento la Cnn e Facebook hanno invece messo a disposizione sul web, visibili da ogni parte del mondo, le immagini dell'evento. Sul sito del network, era possibile vedere in diretta le immagini da Washington, frammentate attraverso più feed. Un grande schermo centrale presentava, senza commento, le immagini del discorso e della cerimonia. Quattro video più piccoli, in basso nella pagina web, fornivano altri punti di vista: le immagini della folla, la visione d'insieme sul Washington Mall, parti del percorso della parata, indicazioni sui tempi e luoghi della cerimonia, i giornalisti della rete impegnati nel commento... La diretta mondiale, inoltre, era in collaborazione con Facebook. Sulla destra, accanto alle immagini live, compariva la classica schermata del social network, in cui ogni utente poteva commentare con i suoi amici quello che stava succedendo: una radicale personalizzazione del consumo. Noi stiamo ancora discutendo sugli ospiti di Sanremo.

lunedì 19 gennaio 2009

Reazione

Santoro manicheo perde ascolti.
Lo penalizzano soprattutto i giovani
di Aldo Grasso
La peggiore puntata, e non solo per qualità. Anche gli ascolti penalizzano l'ultima messa in onda di «Annozero» di Michele Santoro, quella così faziosa da generare la lite con Lucia Annunziata, e il suo abbandono del programma. Così, per una volta, la tele-rissa non porta spettatori, anzi. Giovedì scorso Santoro ha perso 4 punti secchi di share, attestandosi sul 13,35% di media, contro il 17,46% dell'attuale stagione.
Lo penalizzano soprattutto i giovani: fuga da «Annozero» per adolescenti e giovani-adulti (dal 10% di media al 4,9%), e per i trenta-quarantenni (dal 14% di media all'8,2%). Gli unici a restar fedeli sono gli ultra65enni, più abituati a ragionare «per appuntamenti» predefiniti che «per zapping». In questo tracollo così evidente pesano soprattutto due fattori: c'è, da un lato, la difficoltà dell'informazione televisiva a parlare di politica estera, mantenendo vivo un interesse del grande pubblico, specie dei giovani. Ma il secondo fattore mostra che, in realtà, questa difficoltà è un cane che si morde la coda: adottare un punto di vista così schierato e fazioso contribuisce alla fuga. Se ci si avvicina al racconto di una grande e complessa crisi internazionale, fatta di luci e tante ombre, lo si fa in primo luogo con l'intento di capirci qualcosa in più (motivazione che muove in particolare il pubblico giovane). Uno sguardo manicheo, dove tutto è o nero o bianco, fa il peggior servizio (pubblico) a chi avrebbe anche voglia e disponibilità a usare la tv per farsi un'opinione. Per una volta il pubblico ha fatto giustizia di una brutta pagina della storia della tv. In collaborazione con Massimo Scaglioni, elaborazione Geca Italia su dati Auditel.

sabato 17 gennaio 2009

Quando il "senso" muove i sensi!


Chapeau a chi ha inventato e prodotto uno spot trascinante!
Buon gusto, efficacia comunicativa, perfezione della dinamica!

giovedì 15 gennaio 2009

Aldo Grasso sul GF9


Qui il video del suo commento.

mercoledì 14 gennaio 2009

"Nemici"

A Cinecittà, dietro le quinte del programma Amici
Maria «la sanguinaria» regina del minimal nel circo delle passioni
Poca ironia, molta lucidità. «Ho imparato da Simenon».
Tanto narcisimo in mezzo allo psicodramma
di Paolo Di Stefano
Il guaio è questo. Nella prima mezz'ora, forte della tua incorruttibile lucidità critica, ti chiedi dove sei finito e trattieni a fatica la voglia di dartela a gambe. Poi, abbandonata la tua fiera rigidità sartriana, ti rilassi, abbassi il sopracciglio ed esibisci per un'oretta un approccio più sciolto e autoironico, tra il desiderio di capire e la condiscendenza populistica. E alla fine ti accorgi che di mezz'ora in mezz'ora ogni difesa si è a poco a poco sgretolata e le tue macerie ideologiche si sono lasciate inghiottire nel circo, non sei più un intruso ma ne fai già parte e con un ruolo che ti calza a pennello, non sai ancora quale ma ti calza a pennello.
Si fa presto a dire: «Amici»? Tv trash, finzione, volgarità allo stato puro. Provate voi a stare lì, nello studio 19 di Cinecittà, un intero pomeriggio, a pendolare tra la sala riunioni formicolante, il va e vieni dei corridoi, la penombra partecipante del backstage e i fari del set sovreccitato. Provateci e dopo un po' vi convincerete che è tutto vero: ci sono davvero due squadre che si fronteggiano fino allo spasimo, con giovani ballerini veri e cantanti veri, bravi o meno bravi ma in carne e ossa, tutti narcisi, con le loro crestine, i ciuffetti, i piercing, le mèches come Dio comanda, professori che (bene o male) insegnano davvero, cinquecento ragazzi impazziti sugli spalti, anziane signore in lacrime (vere) tra il pubblico. Persino i venti minuti buoni a sentir parlare l'insopportabile vocal-coach Jurman e il foniatra prof. Fussi (è in collegamento telefonico, ma sembrerebbe vero pure lui) delle corde vocali della povera Alessandra, un po' provate dall'uso: se davvero (davvero) le siano così dannosi i pomodori e l'insalata a foglia larga. Venti minuti venti di psico melodramma sanitario. E Maria De Filippi.
Notizia: è vera anche lei, la dea ex machina, vera e nera (jeans, camicia, pulloverino), con la sua camminata da cow-boy, la sua voce baritonale, il ruvido aplomb, la cattiveria appena dissimulata di chi dirige il traffico in tre programmoni mica da ridere, l'acribia nel ricostruire gli antefatti («ora facciamo un passo indietro») e nello spiegare i vari (veri) passaggi tecnici della gara a un pubblico in estasi, pronto a regalare ovazioni all'allevatrice di talenti, non meno che ai talentini in erba. La vera scoperta è che il programma si dovrebbe chiamare, piuttosto, Nemici, perché le ostilità prevalgono nettamente sulle amicizie, persino tra gli insegnanti. Ma ha gioco facile chi sostiene che è proprio qui il bello del talentshow: nessuna finzione, niente ipocrisie, pane al pane. Una commissione litigiosa? Nulla di più fedele qui, sottovetro, a quanto accade fuori, nel mondo. Già, allora il difetto sta all'origine: perché chiamarlo «Amici»? Che amici non vedono l'ora di farti fuori perché mors tua vita mea? Anche questo è vero. O no?
Maria la Sanguinaria (così la chiama Dagospia) sorride se proprio non può farne a meno, ammicca il necessario. Il resto sono gesti trattenuti, parchi riassunti, didascalie che pronuncia seduta su una sedia thonet alla destra del tavolone su cui troneggiano i commissari, la barba ottocentesca del maestro Vessicchio, accanto alla severità iperprofessionale di Alessandra Celentano che non ammette sconti di benevolenza per candidati ballerini somaticamente non proprio baciati dalla Natura: «Io miro alla qualità e alla totalità». E che su Daniela, visibilmente sovrappeso, commenta: «Non l'avrei neanche fatta entrare, ha problemi fisici enormi». Senza pietà. Ma la vera Sanguinaria, lo sa anche l'ultimo dei macchinisti, è un'altra. Più autorevole di tutti i professori messi insieme. Il suo sforzo consiste nel non far pesare la propria centralità: via via madre-matrigna («Che c'è, Alessandra?», «Qual è la tua ansia, Martina?»), confidente, bacchettatrice sadica e dispensatrice di carezze e di fama, eminenza nera (vera), direttore scolastico, burattinaia, supermanager galattico di un'azienda, «Fascino», che produce ormai non solo programmi ma dischi, musical, concerti, teatro, libri. Produce anche ciò che sembra nascere spontaneo, come le adunate pazzesche che in aprile hanno chiuso la serie numero 7 in piazza del Popolo a Roma e in piazza dei Centomila a Cagliari.
Tutto gira intorno a lei che raramente raggiunge il centro della scena, anzi per lo più resta lì sulla sua sedia, piegata in avanti, i gomiti sulle ginocchia, il microfono tenuto quasi controvoglia tra le mani come se qualcuno glielo avesse imposto lì per lì. Ha scelto le tinte sottotono perché, dice, «odio il protagonismo del conduttore vecchia maniera, preferisco osservare e cercare di capire». I maestri di cerimonie televisivi sono un ricordo remoto: nessun birignao, nessun proclama preliminare. È l'anti- Baudo e l'anti-Carrà. Giusto un filo di rossetto prima di entrare. Modelli? Neanche tanto illustri: «La Sampò e anche la Raffai». Tutt'al più si passa una mano tra i capelli, unico tic che sfugge a un autocontrollo da wonder woman. «Eppure», racconta dietro le quinte, «quando molti anni fa mi hanno chiesto di sostituire Lella Costa come conduttrice di "Amici", ho passato mesi con l'incubo di andare in onda: provavo e riprovavo, facevo riassunti di 2-3-5 minuti da Simenon, mi esercitavo intervistando chiunque, registravo e mi riascoltavo di continuo. La paura era l'ingresso in scena, il saluto, il sorriso iniziale per catturare lo spettatore».
Oggi non si direbbe. Le dicono che tra cinque secondi dovrà andare sul set e ancora trattiene l'ennesima sigaretta tra le dita senza scomporsi. Ha fatto studi di giurisprudenza e si vede nella preoccupazione di far rispettare un presunto Codice-Amici come fosse il Codice dei Diritti Umani sottoscritto dalle Nazioni Unite, nel dosaggio della parola, nell'arte della postilla, che fa un effetto straniante se metti a fuoco che quei sillogismi («dunque», «se ho capito bene», «è corretto, quel che dico?», «proviamo a capire meglio», «facciamo il punto della situazione») sono al servizio del circo televisivo più approssimativo e sfrenato. Lavora su di sé per antitesi. Lei frena, taglia corto perché gli altri possano scatenarsi, lei agghiaccia perché il resto possa incendiarsi, lei è un manico di scopa perché gli altri possano sculettare liberamente. E quando la platea si sganascia lei tutt'al più concede un sorriso trattenuto, quasi una smorfia. Ironia poca, autoironia ancora meno. Lucidità sì. Non parlatele di Tv pedagogica, la sua mano scivolerà alla colt. Però, il gioco deve essere molto serio, anche perché alla fine non è un gioco per nessuno, né per i vincitori né per i vinti. Tantomeno per Sabina Gregoretti (occhi di ghiaccio, il suo alter ego incontrastato) e per gli altri autori che la mattina dopo corrono a verificare l'audience. Semmai rideranno dopo. E ridono, spesso e volentieri. Davvero. Troppo vero per essere davvero finto.

venerdì 9 gennaio 2009

Il film-cartoon "Valzer con Bashir"


Da oggi nelle sale cinematografiche questo film-cartoon sulla strage nel campo profughi di Sabra e Shatila (Libano 1982).

mercoledì 7 gennaio 2009

TV e pubblicità

Sindacati preoccupati: Tv ostaggio del finanziamento pubblico
Tv, prima sera senza spot in Francia
Subito 3 milioni di spettatori in più
Tutti davanti al teleschermo per l'esordio del nuovo sistema voluto da Sarkozy
PARIGI- I francesi hanno risposto alla grande: tre milioni di spettatori in più davanti ai teleschermi per l'esordio della tv (pubblica) senza spot pubblicitari. Alle 20 di lunedì, infatti, è scoccato lo storico stop alla pubblicità che ha riportato i francesi alla situazione di 40 anni fa. In molti lo hanno vissuto come un evento storico. E così non hanno rinunciato all'evento: secondo l'Istituto Mediametrix, sono state 3,1 milioni le persone in più ad aver scelto di accendere la tv lunedì sera, con un picco massimo di audience registrato durante il meteo alle 20.26.
FAVOREVOLI - Insomma, le serate dei francesi cambiano. In un recente sondaggio, del resto, si erano detti in grande maggioranza favorevoli alla soppressione della pubblicità. Ma, come succede spesso, ogni riforma comporta tempi di adattamento. Alcuni rimpiangono già i buoni vecchi 15 minuti di pubblicità che precedevano il film: «ne approfittavamo per spegnere la tv e parlare un po' in famiglia». Ora per parlare non c'è più tempo: il prime time comincia alle 20.35 e non più alle 20.50. Altri hanno dovuto adattare l'ora di cena per non perdere l'inizio dei programmi: «Abbiamo anticipato la cena con l'idea di mettere a letto i bimbi entro le 20.30, un quarto d'ora prima del solito, ma alla fine abbiamo perso l'inizio del tg». Sì, perché ora il tg di France 2, principale rete pubblica, comincia prima, di due minuti (alle 19.58), e finisce alle 20.30 spaccate. Nella lotta per l'audience, a uscire vincitrice ieri sera è stata comunque la tv privata Tf1, la più seguita in Francia, che temeva migrazioni verso la concorrenza ed invece ha riunito davanti a un telefilm (iniziato a sua volta due minuti prima) 7,8 milioni di telespettatori. Erano 5,8 milioni a seguire il programma di reportage di France 2 e 3,3 il quiz di France 3. Ma l'appuntamento che i francesi non hanno saltato è stato quello con la loro fiction più amata, «Plus belle la vie», in onda su France 3: i suoi fedelissimi 6 milioni di spettatori quotidiani hanno fatto zapping al momento giusto, cioè dieci minuti prima del solito, alle 20.10 precise, rinunciando però a seguire il tg delle 20 su France 2.
SINDACATI CONTRO - Secondo i sindacati, però, la svolta rischia di aumentare la presa sui media del presidente, Nicolas Sarkozy: ora che i proventi pubblicitari svaniscono, dipenderanno infatti dal governo i finanziamenti necessari a investimenti e spese delle reti pubbliche. Così i sindacati e i socialisti all'opposizione sostengono che la riforma, annunciata da Sarkozy un anno fa, indebolirà le finanze dei quattro canali televisivi statali, portando a una riduzione dei posti di lavoro e rafforzando le reti private favorevoli al presidente. Mentre i dipendenti delle tv pubbliche hanno messo in atto scioperi e diverse forme di agitazione. In questa fase sperimentale, comunque, le tv pubbliche non trasmetteranno pubblicità solo tra le 20 e le 6 del mattino, ma il bando totale è previsto nel 2011.