lunedì 27 ottobre 2008

le chiavi di casa

film: le chiavi di casa
Questo il trailer: http://www.mymovies.it/trailer/?id=35191

La prima volta lo vede in una fotografia che a noi non viene mostrata: “Tu non immagini neanche come è fatto”, gli dice il cognato. E ha ragione: Gianni (Kim Rossi Stuart), 35 anni, non solo non ha mai visto il figlio disabile che sua moglie ha messo al mondo quindici anni prima, morendo durante il parto, ma non ha mai provato neppure a immaginarlo.L'ha rifiutato, l'ha relegato nella sfera del non-visto e del non-visibile. Un po' perché 'diverso', un po' perché nascendo ha involontariamente provocato la morte di sua madre.Il padre, insomma, non ha retto il trauma: ha lasciato quel figlio nelle mani della cognata ed è fuggito via. Ma i figli, prima o poi, ritornano. Anche quello di Gianni. Che si ritrova a dover accompagnare fino a Berlino - per un'importante visita specialistica in ospedale - quel ragazzo sconosciuto quasi quanto un alieno.Sul treno che corre veloce nel cuore della Germania, vediamo di nuovo il padre spiare di nascosto un figlio che a noi non viene ancora mostrato.Ma il differimento non è casuale: Le chiavi di casa è la storia di una scoperta.O la messinscena di uno sguardo che si era accecato e che reimpara a poco a poco a vedere: lo sguardo di un padre su un figlio, ma anche - reciprocamente " lo sguardo di un figlio su un padre”.Entrambi feriti, entrambi minorati: il figlio nel corpo, il padre nell'anima.Bisognosi l'uno dell'altro, ma incapaci di riconoscerlo. Incapaci di guardarsi e di trovare conforto nelle reciproche solitudini.Le chiavi di casa è tutto qui, la storia di un viaggio che porta un padre e un figlio a ritrovarsi in un abbraccio caldo di lacrime.Quelle che offuscano gli occhi ma accendono lo sguardo del cuore.Ancora una volta Gianni Amelio fa della paternità, reale o metaforica, il tema centrale del suo cinema.Come in Colpire al cuore (1983), come in Così ridevano (1998), come - soprattutto - in Ladro di bambini (1992).Le parentele di quest'ultimo con Le chiavi di casa sono impressionanti.

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In un caso come nell'altro, un tragitto che inizia in treno, implode in una metropoli, per poi proseguire in auto sullo sfondo di un paesaggio naturale sempre più selvaggio e quasi disabitato, si offre come impianto narrativo portante di una storia che ambisce a inscenare una microfìsica dei sentimenti tutta risolta nei gesti, nei movimenti del corpo, nella riconquistata capacità di toccarsi, di osservarsi, di ritrovare un contatto.Fedele a un'idea di cinema morale, in bilico fra la lezione di Rossellini e quella di Andrè Bazin, Amelio rinuncia ai facili effetti strappalacrime, aggira le trappole del ricatto emotivo, procede per campi e controcampi il più possibile 'oggettivi', evita gli effetti di montaggio, usa con efficacia i piani sequenza (le riprese in continuità, senza stacchi): vuole che sia la verità degli attori a far affiorare sullo schermo l'autenticità dei sentimenti e delle emozioni.Così chiede al giovane Andrea Rossi - un ragazzino disabile nella vita prima che sul set - di lasciar scorrere sullo schermo la forza e l'energia della sua voglia di vìvere, del suo umorismo tagliente, delle sue passioni per il Game-boy e per le canzoni di Vasco Rossi.Al contempo chiede a Kim Rossi Stuart (al cui personaggio dà non a caso il proprio nome d'autore: Gianni) la più difficile fra le prove d'attore: quella di assorbire la verità del non-attore che gli sta accanto, e di lasciarsi trascinare da lui verso i territori dell'autenticità. Niente lacrime facili.Non è un film patetico, Le chiavi di casa.Tratto dal romanzo autobiografico di Giuseppe Pontiggia “Nati due volte” (che descrive il rapporto dello scrittore con il figlio disabile), è lontanissimo dagli effetti lacrimevoli che pullulano invece numerosi in un film come Mare dentro di Alejandro Amenabar, e si concentra piuttosto sulla fatica di vivere del personaggio del padre, sui suoi imbarazzi, i suoi silenzi, i suoi sensi di colpa.Perché non è dei padri, in genere, occuparsi di figli così.Lo dice chiaramente il personaggio interpretato da Charlotte Rampling, a sua volta nei panni di una madre che si prende cura di una figlia minorata: “Questo è il lavoro sporco che spetta alle madri.I padri in genere non ce la fanno”. Di fatto, Le chiavi di casa racconta il processo di crescita e maturazione di un padre che a un certo punto decide di provare a farcela. Meglio, di un padre che scopre di sentirsi inutile anche solo all'idea di non aver più quel figlio disabile di cui prendersi cura.Per questo Gianni gioca nella vasca da bagno con il suo tenerissimo Paolo, si fa imboccare da lui, si lascia perfino aiutare dal ragazzo, imparando a rispettare la sua autonomia e arrivando a gettare in mare - con un gesto fortemente simbolico - il bastone che serviva a Paolo per camminare meglio.Come dire: la nostra 'normalità' ha bisogno di una 'diversità' che la nutra, che le dia un senso, che la strappi al rischio - sempre in agguato - dell'inutilità.Sospeso in un paesaggio volutamente vuoto e rarefatto, illuminato dalla fotografia monocromatica di Luca Bigazzi, davvero un esempio di film che sceglie la semplicità del linguaggio per cercare di dire la complessità della vita.Con uno sguardo sempre attento all'etica, prima ancora che all'estetica, di ciò che rende visibile e riproducibile sullo schermo attraverso l'occhio della macchina da presa.Gianni CanovaLetture

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