di Aldo Grasso
La cattiva tv si combatte solo con la buona tv. Che però è poca, minoritaria, non a portata di mano. E comunque c'è. Ma se gli spettatori seguono la brutta tv di chi è la colpa: della tv o dello spettatore? Della società o dei singoli? Se uno vede una puntata di In Treatment prova quella rara sensazione di aver esplorato un pò di mondo interiore, esattamente come leggere un grande romanzo o assistere a un bel film. Nell'ultima puntata dedicata ad Alex si parlava di educazione dei figli, di morte, di suicidio e il funerale rappresentava l'occasione di vedere materializzarsi tutti i fantasmi evocati da Alex nelle sedute: le sue colpe, le sue pene. In tv si può parlare di tutto, ma è necessario fare lo sforzo di non assecondare sempre le cose provando invece a interrogarle. Ogni messinscena indaga prima di tutto l'enigma dell'io, persino L'isola dei famosi. Curiosamente anche il reality di Cayo Cochinos era una lunga indagine sull'io dei concorrenti: prigionieri, coatti, affamati. Prigionieri in condizione di dare il peggio di sé. E così è stato. Mai sentito tanti pettegolezzi rancorosi come l'altra sera, una regressione continua verso l'infimo. Sull'isola come in studio. Persino Vladimir Luxuria è sceso a livelli inimmaginabili, a conferma che il pettego-lezzo è una forma di voyerismo verbale. Eppure proprio il confronto attivo fra l'alto e il basso ci permette di partecipare alle esequie dei nostri desideri televisivi. La volgarità vince sempre. Dinanzi al suo dominio senza falle, dinanzi alla sua sovranità senza limiti, la nostra attenzione si piega: e più uno finge di ignorarla, più finisce col sottomettervisi. Il dinamismo viene sempre dal basso, il dinamismo fa audience. Allora la colpa di tutti i mali è della tv o degli spettatori?
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